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PIANO DI INTERVENTO PER IL SETTORE CUNICOLO BOZZA 13 OTTOBRE 2009
Scritto da Ministero delle politiche agricole   
Domenica 10 Ottobre 2010 16:29

Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali

DIPARTIMENTO DELLE POLITICHE COMPETITIVE

DEL MONDO RURALE E DELLA QUALITA’

 

1. PREMESSA

Il settore cunicolo nazionale ricopre un ruolo importante non solo a livello nazionale e comunitario, ma anche a livello globale, essendo il secondo produttore mondiale dopo la Cina.La filiera si caratterizza per l’elevata variabilità dei prezzi i quali presentano andamento ciclico ed incerto non solo nel breve periodo ma anche nel medio e lungo periodo. Alla base di questo andamento vi sono fattori quali la stagionalità della domanda, la ciclicità delle produzioni, l’evoluzione continua delle norme legate alla qualità e alla sicurezza alimentare e quelle collegate al benessere animale, una struttura produttiva molto polverizzata e con limitate forme di organizzazione commerciale dell’offerta nonché l’assenza di promozione e di informazione alimentare ed un consumatore con un’età media alta a cui corrisponde una disponibilità economica medio bassa. A questo quadro produttivo si aggiunge il contesto più generale di evoluzione dei consumi e degli stili di vita che, da un lato, in questa fase recente di crisi economica ha spinto i consumatori verso la ricerca di carni a più basso prezzo, e dall’altro la richiesta di prodotti a maggiore contenuto di servizio. Tutto ciò pone l’allevatore nella difficoltà di adeguare l’offerta alla domanda e lo espone nei confronti del mercato, accentuando la volatilità dei prezzi. Il Piano di intervento per il settore cunicolo, nasce dalle evidenze emerse nel Tavolo di filiera cunicola riunitosi nei mesi passati presso il Mipaaf, e punta ad offrire una risposta organica alla situazione di crisi che coinvolge l’intera filiera. Partendo dall’analisi dettagliata della situazione in atto, delle problematiche presenti, dei suoi punti forza e di debolezza, il Piano ha il compito di individuare una serie di interventi e di linee d’azione finalizzate al potenziamento economico e produttivo di uno dei settori forti della nostra economia al fine di esaltarne la competitività sui mercati interno e internazionali. L’azione di questo programma non può prescindere dal coinvolgimento degli operatori della filiera attraverso aggregazioni riconosciute dalla normativa vigente sulle Unioni di prodotto (Dlgs 102/05) e delle Amministrazioni regionali cui spettano le competenze primarie in materia di agricoltura e la cui approfondita conoscenza del territorio consentirà di raggiungere con efficacia gli obiettivi prefissati.

Piano Cunicolo – Bozza 3

Le azioni individuate hanno diversa natura. Dagli interventi regolamentari che non implicano investimenti finanziari ma possono incidere offrendo nuovi strumenti per la filiera, agli interventi che possono trovare sostegno specifico con le risorse nazionali per i Piani di settore ed infine, ma non meno importante, si sottolinea il ruolo delle Regioni che possono attivare interventi sinergici e convergenti nell’ambito dei PSR e degli altri strumenti regionali.

 

IL QUADRO DI MERCATO E DI FILIERA

2.1 Il panorama Europeo

Si stima che la produzione mondiale annua di carne di coniglio sia un milione di tonnellate, metà della quale realizzata nell’Unione Europea. I principali produttori in ordine di importanza sono la Cina, l’Italia, la Francia, la Spagna. Questi dati consentono di affermare che la produzione mondiale di carne di coniglio è principalmente un fenomeno Europeo. Gli allevamenti di coniglio risalgono circa all’anno mille quando il coniglio selvatico, il cuniculus di Oryctolagus dell’Europa meridionale e del nord, proveniente dall’Africa, arrivò sulle coste spagnole e i romani ne diffusero gli allevamenti. La seconda guerra mondiale vide lo sviluppo esteso di produzione di coniglio in tutta Europa per affrontare le scarsità di carne. Sotto queste condizioni di estrema esigenza alimentare i conigli furono una pronta risposta al problema bellico e a dare inizio al loro allevamento in maniera estesa in tutto il territorio nazionale. Successivamente, le esigenze di mercato hanno portato al loro miglioramento genetico soprattutto per quanto riguarda la razza bianca della Nuova Zelanda e quella californiana proveniente dagli Stati Uniti e all’introduzione di tecniche volte al benessere degli animali. Nel 2007 la produzione di carne di coniglio in Italia è stata pari a 132.000 ton, di cui 94.000 ton prodotte da allevamenti “professionali”rientranti nella filiera nazionale (fonte Avitalia). Le stime FAO per il 2007 fanno registrare per la Spagna circa 74 mila tonnellate di carne cunicola prodotta e per la Francia circa 50 mila tonnellate. Le aziende coinvolte nella produzione secondo le ultime rilevazioni Eurostat (2005) sono circa 38 mila unità in Francia e 33 mila unità in Spagna con dimensioni ridotte (da 1 a 5 ettari) e struttura molto semplice. Sul fronte degli scambi commerciali a guidare è la Francia con 5 mila tonnellate di carne di coniglio e un giro d’affari di 29 milioni di dollari.

 

2.2 La situazione italiana

2.2.1 Il quadro economico-strutturale

In Italia la coniglicoltura rappresenta un importante settore nell’ambito della zootecnia da carne. In ordine di rilevanza economica il settore cunicolo italiano è il quarto comparto zootecnico dopo quello dei suini, bovini e polli. Con una produzione lorda vendibile di 340 milioni di euro (prodotto macellato) rappresenta il 4% del valore produttivo delle carni. L’importanza economica del settore è dimostrata anche dal numero degli occupati: sono infatti diecimila coloro che operano direttamente e/o indirettamente nella filiera. In termini di fatturato il comparto vale circa 650 milioni di euro. Secondo le ultime rilevazioni Istat (2007) sono circa 30.200 le aziende che allevano conigli, per un totale di oltre 9 milioni capi allevati. Sulla tipologia di allevamento i dati Avitalia più recenti indicano, nel 2007, la presenza sul territorio nazionale di 1.700 allevamenti professionali per un totale di 1,2 milioni di fattrici. In termini dimensionali il 65% delle aziende cunicole e il 18% dei capi allevati trovano collocazione in classi di superficie agricola utilizzata che vanno da 1 a 5 ettari. Se si considerano le classi dimensionali fino a 10 ettari di Sau i valori richiamati salgono rispettivamente al 82% per le aziende e al 47% per numero di capi. Quanto rilevato evidenzia un settore bidimensionale da un lato aziende di limitata superficie e con un numero di fattrici allevate molto ridotto (>150) dove sono diffuse tipologie di allevamento caratterizzate da una struttura elementare, spesso a gestione familiare con scarsa tecnologia ed imprenditorialità, questa produzione, largamente diffusa su tutto il territorio nazionale non rientra nei canali di vendita organizzati, ma è orientato all’autoconsumo e al soddisfacimento del mercato locale. Dall’altro lato aziende specializzate che seppur in numero inferiore, caratterizzano il settore per elevati utilizzi di capitale e di manodopera, consistenti investimenti sostenuti, elevati valori della produzione. Connotazioni che fanno del comparto la principale realtà a livello comunitario e, subito dopo la Cina, la seconda in ambito mondiale. La produzione nazionale di conigli e selvaggina, dal 2000 al 2006 cresce del 24% a fronte di un passaggio dalle 234 mila tonnellate del 2000 alle 289 mila del 2006. Nel 2007 disaggregando il dato e, considerando esclusivamente la coniglicoltura nella sua totalità produttiva, il volume di carne prodotta ammonta a circa 132.000 tonnellate (+ 4,7 % nel periodo 2003/2007). Tre sono le Regioni che da sole formano oltre tre quinti (65%) della produzione. Il Veneto è la regione leader con il 42% della produzione lorda seguita dall’Emilia Romagna con il 12% e dal Piemonte con l’11% della plv nazionale. I dati relativi alla macellazione, pur essendo solo una stima delle quantità prodotte, consentono l’approfondimento dell’analisi valutativa del comparto. In tal senso possono essere prese come riferimento le rilevazioni Istat dell’”Indagine mensile del bestiame macellato a carni bianch e”. Tali rilevazioni possono essere lette come una stima per eccesso delle quantità vendibili di carne. Secondo tale Indagine, nel 2008 sono stati macellati oltre 26,3 milioni di conigli per un peso morto di 39.085 tonnellate (in peso si registra una contrazione rispetto all’anno precedente del 10%). La resa delle carni prodotte, cioè il rapporto percentuale tra il peso morto e il peso vivo, si colloca sul 56,4%. I dati sui costi di produzione ed i prezzi della filiera cunicola indicano, da qualche anno, un bilancio delle fasi di produzione e lavorazione spesso in perdita con ripercussioni negative in termini di sostenibilità economica per gli allevatori e i macellatori. I prezzi all’origine del coniglio vivo negli ultimi sei anni hanno evidenziato una contrazione del 19% (la media prezzo del 2007 di € 1,48 corrisponde alla media del 1993) mentre il prezzo all’ingrosso ha perso mediamente nello stesso periodo un ottavo (12%) del valore iniziale. A tali contrazioni di prezzo deve contrapporsi la crescita dei costi medi di produzione sostenuti dagli allevatori che, dal 1995 ad oggi hanno subito un incremento del 25%. La filiera cunicola ha quindi subito nell’ultimo periodo, come le altre filiere zootecniche, il rincaro dei costi di produzione (mangimi e energia). In sostanza oggi allevare ad un’età commerciabile 1 Kg di coniglio costa mediamente 1,85 euro. Il prezzo all’origine per l’allevatore è attualmente (24° settimana del 2009) di euro 1,42, mentre la vendita all’ingrosso vale mediamente 3,5 euro. Al dettaglio invece il coniglio viene acquistato mediamente da 6,30 a 8,10 euro a seconda del canale di vendita. Dalla produzione alla vendita si verifica quindi un incremento del 130%.

 

2.2.2 Gli scambi con l’estero e i consumi

Per quanto riguarda gli animali vivi i dati riguardanti gli scambi con l’estero (Fonte Commercio estero Istat) evidenziano una situazione, costante negli ultimi quindici anni, di deficit: il dato 2007, che pure presenta una riduzione delle importazioni rispetto all’anno precedente dell’ordine del 30%, fa registrare una situazione debitoria per l’Italia verso l’estero di oltre 72 tonnellate. Per le carni di coniglio (fresche e congelate) il quinquennio 2003-2007 sembra far registrare un’inversione di tendenza, rispetto al decennio precedente, con esportazioni che uguagliano o superano le importazioni sia in valore che in quantità; occorre tuttavia fare una distinzione tra carni fresche o refrigerate per le quali gli arrivi superano le spedizioni (-667 tonnellate il saldo 2007) e le carni congelate il cui saldo commerciale risulta positivo (+ 568 tonnellate).

Sia per le importazioni che per le esportazioni, il principale mercato di approvvigionamento e di sbocco è rappresentato dall’Unione Europea (86% per le importazioni, 94% per le esportazioni). L’analisi delle rilevazioni statistiche del periodo 2002-2007 evidenzia per le carni fresche una contrazione sia delle importazioni passate dalle 2.999 tonnellate del 2002 alle 2.710 del 2007 sia delle esportazioni che, a fronte delle 2.367 tonnellate fatte registrare nell’anno 2002, totalizzano nel 2007 2.043 tonnellate. Di conseguenza il disavanzo commerciale verso l’estero passa, nell’intervallo temporale considerato, da -631 a – 667,4 tonnellate.

A causa dei prezzi alti, il coniglio è, tra i prodotti carnei, uno di quelli che più degli altri ha subito la flessione dei consumi nell’ultimo periodo. Solo nell’ultimo anno si conta che la flessione nel consumo totale di carne di coniglio è stata del 25% - 27%. In termini procapite, nell’ultimo ventennio, le quantità acquistate sono passate dai 4,5 Kg agli attuali 1,75 Kg.

L’analisi degli acquisti per canali di vendita evidenzia come circa il 55% della spesa viene fatta nella GDO con prevalenza dei supermercati (circa il 37% degli acquisti) rispetto agli ipermercati (15% circa). Il 30% delle vendite si fa risalire ai negozi specializzati che continuano ad avere un ruolo importante nella scelta del luogo di acquisto da parte dei consumatori nonostante i cambiamenti che si sono verificati negli stili di vita (aumento dei pasti fuori casa, meno tempo per l’acquisto di prodotti alimentari, ecc.). Gli ambulanti e gli altri esercizi

commerciali rappresentano circa il 15% dei canali di vendita. Gli acquisti per area geografica,

infine, fanno registrare una riduzione nelle regioni settentrionali mentre si mantiene stabile, con

un indice in aumento, nelle regioni meridionali

 

3 I “NODI” DELLA FILIERA CUNICOLA

3.1 - Le debolezze del settore

La filiera cunicola è caratterizzata da una produzione molto frammentata e poco organizzata,

eccezion fatta per alcune realtà imprenditoriali ad alta specializzazione nelle quali si riscontrano elevati utilizzi di capitale e di manodopera, consistenti investimenti sostenuti ed elevati valori della produzione. La mancanza di un’organizzazione di filiera comporta l’assenza di una strategia comune e la totale indipendenza nei processi di scelta decisionali degli operatori che agiscono singolarmente e spesso in forma concorrenziale tra loro. Ogni attore del comparto è attualmente controparte dell’altro sia nell’ambito dei soggetti della filiera che nello stesso segmento. Tali elementi di debolezza hanno determinato nel comparto cunicolo dei surplus produttivi che hanno avuto come riflesso la mancata remunerazione dei prezzi sul mercato.

Un’ulteriore caratteristica del settore è costituita dalla grande variabilità dei prezzi di mercato i quali presentano un andamento fluttuante nei differenti mesi dell’anno come conseguenza sia della componente stagionale (variazioni stagionali della domanda con incremento nei periodi invernali fino alle festività pasquali e decremento nei mesi estivi) che della componente ciclica (i produttori immettono sul mercato quantità di prodotto non in linea con la domanda per l’assenza di indicazioni produttive). Nel breve periodo appare pertanto prioritario affrontare i problemi legati alla stagionalità e ciclicità della produzione attraverso la utilizzazione di modelli previsionali dei prezzi che consentano la programmazione dei parti nei differenti periodi dell’anno.

A questo riguardo si pone la necessità di introdurre interventi capaci di incrementare l’organizzazione dell’offerta e di introdurre modelli organizzativi moderni in seno alla filiera. Contemporaneamente a tale processo, sulla base di una struttura di offerta più organizzata, occorre ridefinire gli strumenti di formazione dei prezzi nel mercato sulla base di principi di trasparenza e di innovazione. Gli alti prezzi di vendita al dettaglio determinati da incrementi sul prezzo di acquisto che non hanno precedenti su altri prodotti carnei (+130%) costituiscono un’importante deterrente negli acquisti .

Altre criticità del comparto sono legate al mercato del consumo. In particolare si stima che circa il 75% dei conigli viene venduto intero (carcassa o metà carcassa). Il 24% viene commercializzato in parti sezionate mentre risulta scarsissima l’offerta (manca la domanda) di prodotti elaborati. Avendo inoltre la carne di coniglio prezzi unitari più elevati al consumo rispetto a pollo e suino, i consumi sono stati penalizzati con una flessione che si è attestata intorno al 26% nell’arco dell’ultimo anno. La contrazione dei consumi trova ragione anche nelle difficoltà delle famiglie sempre più alla ricerca di prodotti a basso prezzo; il target dei consumatori di coniglio è un altro aspetto da non trascurare nell’applicazione del presente Piano. L’età media del consumatore italiano, con un reddito medio – basso, è salita a 63 anni , manca il necessario ricambio generazionale ed un approccio culinario da parte dei consumatori più giovani. La carne di coniglio, inoltre, non risulta essere diffusa nei menù di scuole ed asili e, quindi, si corre il serio rischio che le nuove generazioni siano portate a considerare il coniglio un animale d’affezione.

Tra le altre debolezze della filiera cunicola si segnalano la totale assenza di promozione la mancata differenziazione tra il prodotto nazionale e quello importato e la scarsa redditività del prodotto limita le promozioni attraverso i media (unica forma promozionale è l’abbattimento di prezzo al punto vendita); la totale assenza di informazione alimentare sugli elementi qualitativi della carne di coniglio; i bassi livelli di esportazione. In merito a questo ultimo aspetto è opportuno ricordare che il mercato domestico è saturo per gran parte dell’anno (indice approvvigionamento 98-110%). Inoltre vi è scarsa adesione alle indicazioni di “produzione flessibile” e, soprattutto, è pressoché assente la presenza di una politica di penetrazione nei mercati esteri.

Le criticità esposte dipingono un settore ed una filiera con grosse difficoltà. Ma allo stesso tempo si comprende come tali criticità non sono slegate ed autonome bensì sono legate da un unico filo conduttore. Infatti, i problemi legati al rapporto con il consumatore, alla scarsa presenza di investimenti per la promozione da un lato ed allo sviluppo di innovazione tecnologica di processo e di prodotto dall’altro, sono il riflesso diretto della polverizzazione produttiva e dall’assenza di un modello organizzativo di filiera. Ed allo stesso modo, in assenza di risposte di mercato, di pianificazione di rapporti di lungo periodo con la GDO e di attenzione del consumo, nella filiera non si generano le risorse per attirare gli investimenti e l’attenzione degli imprenditori. Per questo motivo ogni sforzo di intervento per il rilancio della filiera cunicola non può focalizzarsi su una singola criticità o problema, ma deve essere in grado di affrontare contemporaneamente e con efficacia, un quadro organico e sinergico di interventi.

 

3.2 - I punti di forza del settore

Al fianco delle criticità descritte si pongono le specificità del comparto e del prodotto, che possono diventare, nell’ambito del piano di rilancio, veri punti di forza. Prima di tutto occorre ribadire che il cunicolo è uno dei più importanti comparti produttivi della zootecnia italiana e riveste notevole interesse anche a livello internazionale come dimostra la leadership comunitaria ed il secondo posto nella classifica della produzione mondiale. Per gli operatori della coniglicoltura europea alcune realtà italiane (Nord-est) sono un esempio di modernizzazione in termini di progettazione e realizzazione di strutture e tecniche gestionali della fase di allevamento. L’importanza economica del settore è evidenziabile anche dal fatturato e dal numero degli occupati. La produzione inoltre viene realizzata sia in piccoli allevamenti rurali con il preciso scopo di integrare i redditi percepiti dalle altre attività agricole (assolvendo in questo caso anche ad una funzione sociale oltre che economica), che in grandi allevamenti condotti con criteri di elevata tecnologia e managerialità. Il sistema “coniglio italiano” può quindi puntare, dal punto di vista produttivo-zootecnico, a consolidare la leadership europea e internazionale non solo in termini produttivi ma anche di know-how e tecnologia.

Altro elemento di successo è legato alle caratteristiche qualitative della carne che sono elevate e conferiscono alla produzione cunicola italiana una valenza non solamente economica ma anche sociale. Infatti la carne si presenta bianca, magra, tenera, a bassissimo contenuto di colesterolo ed in grado di non provocare allergie alimentari all’uomo sia per la delicatezza dell’animale, il quale difficilmente trasmette malattie all’uomo, che per il severo controllo effettuato all’animale e alla carne lungo tutta la filiera. Queste caratteristiche “positive” sono rimaste fino ad ora nell’ombra delle criticità legate al minor grado di servizio legato a queste carni. Ma attraverso un coerente intervento sul fonte congiunto dell’innovazione di prodotto e di promozione al consumo esiste un sicuro potenziale di recupero spazio di consumo verso queste carni di qualità. Da non trascurare poi l’età media dei produttori cunicoli italiani molto più giovani in raffronto all’età media degli addetti negli altri settori zootecnici. Questi, rientrando in una fascia di età dai 45 ai 50 anni, vivono con maggiore angoscia l’assenza di prospettiva per la propria attività di allevamento, tuttavia, se efficacemente coinvolti, possono dimostrare maggiore disponibilità ad apportare quei necessari correttivi suggeriti dal presente piano di intervento.

 

4 OBIETTIVI DEL PIANO

Alla luce di quanto esposto, delle finalità richiamate in premessa come emerse dal Tavolo istituzionale di settore, obiettivo del Piano è quello di “promuovere interventi ai vari livelli della filiera per conseguire lo sviluppo del settore, su basi di trasparenza dei rapporti con il consumatore e tra gli attori della filiera, attraverso il rilancio consumi, ed assicurando la stabilità nel tempo ai livelli occupazionali e ai livelli di reddito per le imprese”.

Sulla base di questo obiettivo generale del Piano, si individuano 3 assi di intervento specifici.

Asse 1

Organizzazione di mercato efficiente

Asse 2

Promozione dei consumi e dei rapporti con i canali commerciali

Asse 3

Innovazione e promozione degli investimenti

Piano Cunicolo – Bozza 10

5 LE LINEE DI INTERVENTO

Di seguito si riporta la descrizione degli interventi specifici per singolo Asse.

Asse 1- Competitività e organizzazione di mercato efficiente

1.A Commissione unica di mercato

Definizione di una Commissione Unica di Mercato, formata da delegazioni paritetiche di allevatori (offerta) e macellatori (domanda), rappresentative delle realtà nazionali, ed operante sulla base di un regolamento condiviso. Alla Commissione viene affidato il compito di formulare le indicazioni dei prezzi per la settimana successiva in base all’analisi ed al confronto dei dati oggettivi previsti dal regolamento (a titolo indicativo: quotazioni settimana precedente, quotazioni estere, andamento

macellazioni, altri indicatori legati al mercato finale, al costo di produzione).

1.B Altri strumenti di mercato

Al fianco della Commissione unica potranno essere messi a punto e promossi altri strumenti atti a rendere più efficiente e trasparente il mercato. Tra questi: definizione di un “contratto tipo”; attivazione della contrattazione del coniglio nella Borsa merci telematica italiana. Definizione di uno strumento di monitoraggio di mercato finalizzato alle esigenze del comparto (sistematizzazione di dati di mercato con il coinvolgimento di Ismea e delle altre istituzioni competenti. Ad esempio: implementazione di un’analisi statistica accurata sul patrimonio nazionale cunicolo, dei costi di produzione, monitoraggio dell’andamento dei consumi, una sinergica collaborazione con gli uffici UVAC potrebbe favorire il monitoraggio sulle importazioni per una più corretta determinazione dei flussi complessivi di prodotto)

1.C Organizzazione dell’offerta

Promozione delle forme organizzate dell’offerta (OP, Unione riconosciute) al fine di incrementare la massa critica dell’offerta e facilitare l’adozione di nuovi strumenti di gestione finanziaria del comparto rispetto alle crisi congiunturali (accesso alle garanzie, attivazione di strumenti quali il factoring).

Piano Cunicolo – Bozza 11

Asse 2 - Promozione dei consumi e dei rapporti con i canali commerciali

2.A Campagna di comunicazione per la promozione di consumi Attivazione di un piano di promozione sulla carne di coniglio “nato, allevato e macellato in Italia” per riavvicinare il consumatore italiano alla carne di coniglio. Tale intervento è necessario per agevolare lo sviluppo e l’utilizzo della genetica italiana, rispetto a quella di importazione, a sostegno della qualità del coniglio nato, allevato e macellato in Italia e per sviluppare politiche di penetrazione nei mercati esteri. La campagna promozionale deve essere diffusa sui principali canali di comunicazione soprattutto a mezzo stampa, anche realizzando ricettari da diffondersi poi attraverso riviste, per comunicare la versatilità culinaria, le qualità nutrizionali ed organolettiche.

L’azione informativa dovrà essere rivolta direttamente al consumatore.

L’età media (alta) del consumatore italiano di coniglio impone interventi di informazione alimentare, gastronomica e dietetica per favorire il rinnovo generazionale del consumatore di carne di coniglio e contrastare il lento ma progressivo calo dei consumi. La definizione e la promozione della produzione tipica di coniglio “made in Italy” potrebbe infine soddisfare particolari richieste di mercato, come ad esempio l’allevamento biologico e la vendita diretta cogliendo le esigenze economiche e strutturali degli allevamenti rurali.

2.B Istituzione del disciplinare del “coniglio nostrano” nel quadro dello Schema di qualità nazionale delle produzioni zootecniche. Per l’affermazione di tale iniziativa in termini di mercato verrà attivato un Tavolo di confronto con la GDO.

2.C Etichettatura di origine

Al fianco dell’iniziativa sullo schema di qualità del coniglio, si proseguirà l’azione per l’adozione dell’obbligo di etichettatura di origine anche per le carni di coniglio. Tale intervento rientrerà nell’azione applicativa del “Ddl competitività” e dell’applicazione della norma generale sull’etichetatura di origine in esso prevista.

2.D Sviluppo di altri canali commerciali

Contemporaneamente alle altre azioni, potranno essere sviluppati, per il tramite delle organizzazioni di filiera, altre azioni per lo sviluppo della domanda di coniglio:

Piano Cunicolo – Bozza 12

- nel canale della ristorazione commerciale;

- nella ristorazione collettiva (in virtù delle qualità nutrizionali della carne inserimento del coniglio nei menù delle mense pubbliche con particolare interesse in quelle scolastiche); sviluppo della “vendita diretta” attraverso l’apertura di spazi vendita nelle aziende di produzione.

2.E

Asse 3 - Innovazione e promozione degli investimenti

3.A Promozione degli investimenti di Pmi nelle fasi di trasformazione e logistica Nel quadro di definizione di un’organizzazione industriale più efficiente e di promozione dell’innovazione nella lavorazione e nella trasformazione delle carni cunicole, verrà promossa l’attivazione dello strumento Isa e, in prospettiva, dei Contratti di filiera.

3.B Investimenti di riqualificazione aziendale - allevamenti.

È necessario prevedere specifici interventi volti a favorire la qualificazione aziendale con l’assegnazione di incentivi e/o agevolazioni per l’adeguamento strutturale alle nuove esigenze di benessere animale previste dalla normativa comunitaria. A breve, infatti, l’UE emanerà anche per il coniglio la normativa sul benessere di allevamento con conseguente necessità, per gli allevamenti italiani, di adeguamenti strutturali a nuovi standard produttivi. In tale ambito rientra il ruolo strategico delle Regioni a vocazione cunicola, ed in particolare dei Psr.

Piano Cunicolo – Bozza 13

6 MODALITA’ DI GESTIONE

1. Istituzione di un Tavolo tecnico della filiera cunicola costituito da:

a) Rappresentanti dei Dipartimenti del Mipaaf. Il coordinamento del Tavolo tecnico è in capo al Dipartimento delle politiche di sviluppo economico e rurale;

b) Regioni e Province autonome di Trento e Bolzano;

c) Un rappresentante dell’INEA, dell’ISMEA, dell’eventuale Organismo interprofessionale ove costituito.

che sovraintenda alla definizione operativa delle singole azioni, nonché al monitoraggio dell’attuazione del Piano. Le riunioni del Tavolo possono essere estese alle organizzazioni della filiera.

2. Il Tavolo tecnico della filiera cunicola è la sede dove realizzare i processi di concertazione e coordinamento tra il Mipaaf e le Regioni, così come previsto nel Piano Strategico Nazionale per lo Sviluppo Rurale 2007-2013, in materia di:

- definizione dei principi guida dei programmi e/o contratti di filiera;

- definizione dei livelli di corresponsabilità e compartecipazione finanziaria;

- definizione di progetti a livello interregionale e/o distrettuali;

- definizione delle priorità degli obiettivi e delle azioni programmate.

Il Tavolo tecnico delibera a maggioranza ed invia le proprie determinazioni alla Commissione Politiche Agricole per una presa d’atto.

3. A livello ministeriale è istituito un Gruppo di lavoro interdirezionale, con il compito di procedere alla verifica dello stato di avanzamento delle attività nonché degli aspetti amministrativi delle risorse.

d) La verifica dello stato di avanzamento sarà svolta con cadenza annuale: i risultati saranno sottoposti al Tavolo di filiera che potrà operare proposte, indicando eventuali modifiche e/o integrazioni.

e) La verifica amministrativa è svolta con cadenza semestrale.

4. Le azioni identificate nel “Cap. 5 – Linee di intervento” non vanno considerate esaustive, bensì come la selezione delle azioni prioritarie per assicurare nel breve termine un contributo importante al raggiungimento dell’obiettivo strategico. Viceversa,

Piano Cunicolo – Bozza 14

alla luce del monitoraggio che verrà condotto dal Tavolo tecnico di settore potranno essere definiti anche degli aggiornamenti e adeguamenti del Piano.

Le risorse finanziarie

Le risorse finanziarie attivabili per l’esecuzione delle azioni del presente piano sono le seguenti:

a) risorse dirette

- disponibili in base al comma 1084, art. 1 della legge 296/06 (Legge finanziaria 2007) e ulteriori risorse eventualmente attribuite;

b) risorse indirette

- attivabili nell’ambito di Fondi nazionali e comunitari;

- rese disponibili dalle Regioni e P.A., anche a titolo di cofinanziamento;

- provenienti da norme nazionali e/o sopranazionali, finalizzate al sostegno di

azioni coerenti e complementari con quelle del Piano.

Coerentemente con quanto previsto nel Piano Strategico Nazionale per lo Sviluppo Rurale 2007-

2013, al fine di perseguire una strategia effettiva di filiera, le modalità e le procedure di sostegno finanziario saranno basate sui seguenti principi:

- attivazione di un processo di concertazione tra le Regioni interessate;

- a sostegno dei progetti di filiera a dimensione regionale, le Regioni possono attivare più misure previste dal Regolamento (CE) 1698/2005 e quindi non solo quelle dell’Asse I, che

appaiono quelle più direttamente interessate alla definizione del progetto stesso;

- individuazione delle coerenze, delle sinergie e complementarità con altre forme di intervento finanziate dalla programmazione nazionale (es. contratti di filiera) o da quella comunitaria 2000-2006 (ad es. progetti integrati territoriali) e dalla politica di coesione 2007-2013; rispetto del principio della concorrenza tra gli operatori economici che operano sulle singole filiere.
 

Ultimo aggiornamento Sabato 06 Dicembre 2014 19:24
 

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