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Strade vicinali: pubbliche o private
Scritto da Jacopo Cappuccio   
Giovedì 29 Settembre 2011 15:40

Si tratta di un settore del diritto che, a fronte di un vastissimo numero di casi pratici (dipendenti dal fatto che il territorio nazionale è disseminato di questi percorsi, solitamente in prossimità di campi e terreni), rimane alquanto negletto, a cominciare dal concetto stesso di strada vicinale (ovvero interpoderale, dal momento che erano destinate prevalentemente al servizio dell’agricoltura), a causa della loro origine e storia, quasi sempre risalenti nel tempo, tanto da perderne spesso le tracce.

Secondo il vocabolario della lingua italiana, la via vicinale è: “la strada di proprietà privata soggetta a servitù di uso pubblico”. Parallelamente, il comma 7 dell’art. 2 del Codice della Strada (D.lgs n. 258/92) stabilisce che: “ai fini del presente codice le sono assimilate alle strade comunali”, ossia alle strade urbane di scorrimento ed a quelle di quartiere e locali, meglio definite dallo stesso articolo.
La principale distinzione che si rinviene in materia di strade interpoderali attiene all’esistenza o meno di un diritto di uso pubblico sulle stesse: si distingue in proposito tra strade vicinali pubbliche e strade vicinali private (cd. vie agrarie).
Al fine quindi, di stabilire se una strada interpoderale sia pubblica oppure privata, non rileva – come potrebbe pensarsi -, il fatto che la stessa risulti (o meno) inserita negli elenchi delle strade vicinali, poiché l’iscrizione non ha valore costitutivo, ma soltanto dichiarativo, consentendo soltanto di presumere che la strada sia pubblica, ma senza darne la certezza (TAR Sicilia, Catania, 29 novembre 1996, n. 2124).
Al contrario, la natura pubblica della strada, dipende dalla coesistenza di tre condizioni quali: (a) “il passaggio esercitato iure servitutis pubblicae da una collettività di persone qualificate dall’appartenenza ad un gruppo territoriale” nonché (b) “la concreta idoneità del bene a soddisfare esigenze di carattere generale, anche per il collegamento con la pubblica via” ed infine (c) “un titolo valido a sorreggere l’affermazione del diritto di uso pubblico, che può anche identificarsi nella protrazione dell’uso da tempo immemorabile” (TAR Toscana, Sez. III, 11 aprile 2003, n. 1385; conformi, tra le molte: TAR Umbria, Perugina, 13 gennaio 2006, n. 7; id., 21 settembre 2004, n. 545; ed in precedenza: Cons. di Stato, Sez. IV, n. 1155/2001; Cons. di Stato, Sez. V, n. 5692/2000; Cass. civ., Sez. II, n. 7718/1991).
Al contrario, quando non ricorrano gli elementi di cui sopra, ma vi sia stata la cd. collatione privatorum agrorum (ossia la messa a disposizione di una parte del proprio terreno da parte di ciascun proprietario frontista), la strada deve qualificarsi come privata (non nel senso di titolarità, ma nel senso di mancanza di pubblico passaggio).
La distinzione non è fine a sé stessa, ma comporta alcune importanti conseguenze, sia giuridiche che economiche.
In primo luogo, il fatto che una certa collettività di persone transiti su una determinata strada produce il sorgere, con il protrarsi del tempo, dell’usucapione di un diritto di uso pubblico da parte dell’ente territoriale (es. Comune), il quale potrà, conseguentemente, esercitare i poteri di autotutela (previsti dal combinato disposto dell’art. 378 l. 20 marzo 1865 n. 2248 all. F e 15 decreto Luogotenenziale 1 settembre 1918 n. 1446), che si renderanno, di volta in volta, più opportuni: quale, ad es., l’ordine di riaprire l’eventuale chiusura al pubblico passaggio (TAR Toscana, Sez. III, 19 luglio 2004, n. 2637; Cons. Stato, Sez. V, 1 dicembre 2003, n. 7831; id., , Sez. V, 10 gennaio 1997, n. 29).
Tale situazione si verifica assai frequentemente, dal momento che l’uso pubblico della strada non incide sulla proprietà della stessa: cosicché spesso il proprietario della strada ritiene di avere il diritto di apporvi chiusure di vario genere, trattandosi di un bene del quale egli è titolare.
In secondo luogo, i soggetti stessi appartenenti alla collettività, saranno legittimati ad agire in giudizio per la propria tutela, ossia per il mantenimento del loro diritto di uso pubblico della strada.
Ancora, venendo così ad alcune delle conseguenze di carattere economico, per le strade vicinali soggette ad uso pubblico (ossia pubbliche), il Comune è obbligato a concorrere alla spesa per la loro “manutenzione, sistemazione e ricostruzione”, ai sensi dell’art. 3 del Decreto Luogotenenziale del 1 settembre 1918, n. 1446, in una misura che varia a seconda dell’importanza della strada: da un minimo di un quinto della spesa, sino ad arrivare alla metà.
Sempre in tema di oneri nascenti dalla natura pubblica della strada, viene prevista, obbligatoriamente, la costituzione di un apposito Consorzio tra gli utenti della strada (art. 14 L. 12 febbraio 1958, n. 126, unico articolo che non risulta abrogato dal Codice della strada).
Al contrario, per le strade private non sorge alcun obbligo a carico del Comune (ovvero dell’ente territoriale), ma soltanto una facoltà, oltretutto limitata per legge: cosicché le spese per la loro sistemazione sono necessariamente ripartite tra i soli proprietari, i quali possono, ma soltanto laddove lo vogliano, costituirsi in Consorzio.
Un aspetto interessante in ordine alle strade vicinali è la possibilità di utilizzarle per un uso diverso dal transito: ad es. per l’interramento di tubazioni destinate a servizio di immobili: infatti, trattandosi di godimento pubblico di transito, esula da questo ogni altro diritto che si intenda fare valere, salvo il potere del Comune in ordine alle proprie strade, cui quelle vicinali sono equiparate.
In ogni caso, peraltro, gli eventuali permessi che verranno accordati, lasciano impregiudicato, purché si rinvenga in maniera certa il titolo, il diritto del proprietario della strada alla relativa indennità.

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